Confinante con la regione mercuriense era l’ “eparchia monastica del Latinianon”, tutta in Lucania, che fu percorsa e riorganizzata dagli asceti siculo-greci, sopra ricordati, segnatamente dai Santi Saba e Macario di Collesano. Sulle due « eparchie» ebbe il posto di preminenza il monastero dei SS. Elia e Anastasio al Carbone, che — col passar degli anni — riuscì ad estendere la sua influenza, mediante la concessione di beni immobili, di monasteri, grancie e chiese, che figurano, quasi in un uguale numero, nelle due eparchie e nelle zone limitrofe sia della Lucania sia della Calabria.Ilfondatore del monastero carbonese si ritiene con molta probabilità sia statoS. Luca d’Armento, il quale aveva ricevuto l’abito monastico dalle mani di S. Saba di Collesano.
Egli ne gettò le fondamenta verso il 971, vi morì il 5 febbraio del 995, assistito dallo stesso S. Saba, e fu sepolto nella chiesa abbaziale, in cui ha avuto culto pubblico.B. Cappelli, Alla ricerca del Latinianon, in Il Monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani, Napoli (1963).Le origini furono piuttosto modeste; ma nel secolo seguente, mediante le numerose elargizioni dei Signori normanni, il monastero s’ingrandì sensibilmente e la sua potenza economica si accrebbe in tale misura, da fargli assumere una incontrastata preminenza in tutta la Lucania e in buona parte della Calabria settentrionale. Si ricorda, a tal proposito, che esso possedeva perfino una chiatta sul fiume Sinni, allora navigabile, per l’esercizio dei suoi traffici sul mare Ionio.
Il monastero carbonense giunse all’apice della potenza alla metà del secolo XII, allorché, nel gennaio 1168 il re Guglielmo II emanò un privilegio bilingue (latino-greco) a favore dell’abate Bartolomeo al quale viene attribuito il potere archimandritale di controllare la vita spirituale e la disciplina di tutti i monasteri che professavano la regola di S. Basilio. Il relativo diploma ci fa conoscere i confini dell’ampio territorio: Per la sola cura delle anime col predetto modo affidiamo alla sua cura tutti i monasteri greci che si trovano nei territori di Salerno e vengono per Eboli, Oliveto e Conza e di qui a Melfi secondo il corso dell’Aufido e va ad Olivento e da Olivento sino a Bisanello che va sotto il monte Sullicolo; e così discende a
Bisanello sino al Bradano; e come passa dal Bradano alla Torre del Mare di qui lungo la costa sino alla croce di Oriolo e di qui va per terra che fu di Alessandro Chiaromonte sino a Cassano e così va per la valle di Laino e va a Bello Vedere e di qui ritorna lungo le coste e va sino a Salerno.
L’archimandrita di Carbone, quindi, veniva ad esercitare la sua giurisdizione su tutti i monasteri greci della Lucania, della Calabria settentrionale fino a Belvedere, del Cilento, della Valle di Diano e di una parte dell’Irpinia fino a Salerno. Concessione rinnovata dalla regina Costanza all’archimandrita Ilarione nel 1196. Le donazioni al monastero di S. Elia di Carbone continuarono anche sotto il periodo Svevo. Si conservano a riguardo due privilegi concessi a detto monastero da parte di Federico II, uno del 1219 ed un altro del 1232 nel quale l’imperatore riconferma tutti i privilegi del monastero e in più concede all’abate e ai monaci «il possesso delle terre del che si trovano in Policoro tra il fiume Agri e il tenimento della Scanzana (…) Per maggior nostra generosità diamo, inoltre, al predetto monastero, la libera facoltà di avere nel fiume Agri una propria barca capace di dieci cavalli, con la quale e nella quale possa essere trasportato al di là e al di qua, gratuitamente e liberamente per amor di Dio, qualsiasi passeggero, senza alcun contrasto da parte dei camerari, dei baiuli e di qualsiasi altra persona».
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